| Titolo |
| Piani ADAPT FSE e l'innovazione
organizzativa, atti del convegno CIOFS - Roma - 3-3-2000 |
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| Autore |
Casa Editrice |
| Chiara Caselgrandi |
ADAPT |
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| Luogo |
Anno |
| Roma |
2000 |
L'attivazione dei progetti ADAPT, con il suo stringente
richiamo a sperimentare formule codificate e formalizzate
di rapporti interorganizzativi, ha fornito un fondamentale
volano per incentivare un approccio diverso alla gestione
ed allo sviluppo strategico delle organizzazioni non profit,
attraverso la creazione di network interorganizzativi.
In realtà questa tendenza è presente da anni
nell'ambito delle strategie delle grandi imprese, ma è solo
di più recente acquisizione nell'ambito delle organizzazioni
non imprenditoriali in generale. Così negli ultimi
anni decennio è ampiamente invalsa l'abitudine a
ragionare di nuove configurazioni organizzative in risposta
ai mutamenti di contesto, alla complessità delle
policy da implementare, all'innovazione tecnologica.
Il richiamo alla creazione di network, a strategie che transitano attraverso
l'attivazione dei reticoli organizzativi è però ad oggi talmente
frequente da far sorgere una perplessità: il network è la panacea
di tutti i mali dell'organizzazione. Con un network si aprono nuovi mercati,
si disegnano nuovi servizi, si acquisiscono nuove competenze, si fa innovazione
organizzativa e professionale. Ma il tempo di ADAPT, il tempo della sperimentazione,
deve evolvere verso l'applicazione quotidiana delle soluzioni, come ha recentemente
ricordato M Laine - Capo Unità iniziativa ADAPT e OCCUPAZIONE.
E dunque siamo qui a discutere e a riflettere su come stabilizzare e tesaurizzare
le sperimentazioni, su come passare dal progetto al processo. E' indubbiamente
arduo tentare una rapida disamina delle logiche organizzative dei network,
ciò non di meno riteniamo sia prioritario spendere un po' di tempo per
ri-affrontare una domanda in apparenza banale: cos'è un network?
La prima risposta che vorrei dare è questa: il network è una
scelta cauta. Nel network non c'è, o c'è meno gerarchia, meno
controlli, meno vincoli, meno procedure, meno di tutto ciò che siamo
abituati a percepire come "rigido" all'interno delle organizzazioni.
In molti casi il network piace più per quello che manca che per quello
che c'è. Essere un nodo autonomo, di una rete in cui i soggetti si autoselezionano,
in cui gli investimenti sono sostanzialmente bassi (soprattutto quando in buona
parte i costi sono sostenuti da soggetti terzi come nel caso dei finanziamenti
UE) non spaventa nessuno. In molti progetti ADAPT che abbiamo seguito o studiato
o visto e sempre ritornata questa impressione. Non ci sono validi motivi per
disertare ad un invito che comporta di dare dimostrazione di disponibilità a
collaborare, che non distoglie più di tanto le organizzazioni partecipanti
dal core business tradizionale: in altri termini non fa danno. Salvo poi avere
delle oggettive difficoltà in termini di monitoraggio dell'impatto sociale
nel medio termine, di valutazione dell'effetto moltiplicatore, di una valutazione
anche quantitativa dei risultati attesi in ambito stabile e non solo sperimentale.
Ma il network è pur sempre una specifica struttura organizzativa, una
scelta da fare sulla base di considerazioni di congruità dello specifiche
modalità di differenziazione e integrazione.
Si può dunque parlare di network come di una qualsiasi altra forma organizzativa,
mai migliore o peggiore in assoluto, bensì coerente o incoerente rispetto
all'idea guida che la sottende.
La seconda domanda che è importante porre è: perché vogliamo
creare un network? E' evidente che esistono tutta una serie di premesse di
valore alle quali evidentemente si rifà ogni strategia. Premesse di
valore nel senso che sono idee che nascono come "Modi di pensare" alla
mission della propria organizzazione basate su assunti indimostrabili oggettivamente.
La premessa di valore può essere etica, politica, soggettiva e quant'altro.
Su queste premesse si basa la selezione iniziale dei partner. E questo lo dico
in senso descrittivo, descrivendo il modo in cui spesso accadono le cose, non
in senso prescrittivo.
La razionalità della scelta di creare un network è spesso una
razionalità ex-post: dal punto di vista della rispondenza alle premesse
di valore i partner si sono autoselezionati, c'è una visione incompleta
degli obiettivi, e alla fine si analizza l'apprendimento rilevato, il vantaggio
acquisto, il valore aggiunto prodotto.
Tutto questo va bene, molto bene, ma tende sempre a creare strutture di implementazione
effimere, reti temporanee. Resta un progetto.
Su quali basi possiamo dunque procedere nell'analizzare ciò che qui
ci interessa, ovvero consolidare il network?
Ripartiamo dunque da alcune considerazioni di metodo: un network c'è quando
abbiamo una stabilizzazione di relazioni interorganizzative. Tali relazioni
sono analizzabili come relazioni di scambio: qual è la natura dello
scambio? Perché un'organizzazione acquisisce dall'esterno una risorsa
di cui ha (presumibilmente) bisogno secondo quelle specifiche modalità e
non altre? Quali dinamiche intraorganizzative si scatenano in conseguenza di
questo scambio?
Ma un network è anche un'entità organizzativa con logiche sue
proprie, una struttura di implementazione consolidata, nel nostro caso, e quindi
quali sono le logiche che la sorreggono?
Come vedete i punti che meriterebbero un chiarimento sono molteplici, ma in
questa sede affronteremo solo alcune dimensioni prioritarie
Progettare i network
I network non sono descrivibili con organigrammi, descrizione di livelli gerarchici
e ruoli, come si è fatto per decenni con le forme organizzative tradizionali.
Bisogna invece tener conto che a differenza del tipo di network, del tipo
di interdipendenza fra i partner cambiano le modalità di circolazione
delle informazioni, il processo decisionale e la distribuzione della capacità di
scambio (o potere). Sono comunque meccanismi di differenziazione del compito
che vanno riportati ad unità con opportuni modelli di integrazione.
Se mancano gerarchia, procedure, modelli di controllo devono essere sostituiti
da altro.
Tenuto conto di questo possiamo tentare di rappresentare i network in modo
efficace attraverso:
- L'architettura delle reti di circolazione delle informazioni
- La mappa dei contributi e delle competenze
- La descrizione dei processi
- La mappa delle reti relazionali e degli scambi informativi informali
Riferendoci alla teoria dei costi di transazione, ampiamente utilizzata come
modello euristico per la comprensione delle logiche di network, vediamo che
da più parti si definisce il reticolo organizzativo stabile come la
forma organizzativa intermedia fra il mercato e la gerarchia: forma efficiente
in caso di una sufficiente congruenza sui fini, e una scarsa misurabilità delle
prestazioni.
Da qui la prima indicazione: il network richiede la negoziazione continua degli
obiettivi, delle strategie perché è strutturalmente richiesta
la convergenza. In virtù delle difficoltà di azione dei soggetti
che si trovano in situazioni di doppia appartenenza organizzativa, è necessario
trovare il modo per eliminare le possibilità di comportamento non allineato,
garantendo la continuità dell'autocontrollo del comportamento di tutti
i partner. Questi devono in qualche modo operare un passaggio dalla logica
individuale (cioè la logica e la razionalità amministrativa della
propria organizzazione), alla logica collettiva. Come in un caso classico da
dilemma del prigioniero questo passaggio è altamente probabile in presenza
di un rapporto altamente fiduciario, ma avviato sicuramente anche dalla circolazione
delle informazioni e dalla possibilità di verifica dei comportamenti.
In un network stabile ci vuole un serbatoio informativo stabile, in cui variano
magari i criteri di selezione delle informazioni rilevanti, ma tale trasparenza
informativa è necessaria. Ci vogliono anche dei micro-obiettivi misurabili
sul cui raggiungimento si testa l'affidabilità del partner, dei parametri
di valutazione, negoziati e concordati e chiari.
È quindi necessario che le organizzazioni del network individuino del
personale di contato, il team, con capacità operative e decisionali coerenti
con gli ambiti di autonomia e di decisione compatibili con la mappa degli scambi
attivata. Non tutti omogenei e indifferenziati, ma mescolati nella propria diversità secondo
l'equilibrio previsto.
Dal punto di vista del rapporto fra le logiche organizzative dei diversi partner
e quelle proprie del network è necessario che quest'ultimo diventi il "cliente
finale" sulle base delle cui esigenze ogni partner dichiara i propri margini
di disponibilità a ripensare le proprie logiche organizzative.
Il network è una entità a sé, paradossalmente in competizione
con i singoli partner, è il luogo dell'innovazione strategica e gestionale, è il
posto in cui si può o si deve dimenticare l'abilità gestionale
o manageriale acquisita nelle organizzazioni madre. Per questo il network è scomodo
per i professionals più affermati, e questo si deve sapere, deve essere
una sfida chiara e trasparente, altrimenti avremo processi pieni di boicottaggi
involontari, di disimpegni in buona fede.
Occorre poi avere dimestichezza con la gestione dell'incertezza, dell'instabilità,
aumentando l'intelligenza periferica.
Nell'ambito delle politiche di vivacizzazione economica del territorio, del
marketing territoriale non basta acquisire gli elementi di progettazione del
network, soprattutto non si può ragionare sul presupposto dell'autoselezione
dei partner ma occorre lavorare secondo un ottica strategica, progettuale e
relazionale più complessa attraverso l'utilizzo di strumenti operativi
specifici.
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