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| Titolo |
| Il nuovo paradigma delle
agenzie, in ARPA riviste n°5/2001 |
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| Autore |
Casa Editrice |
| Chiara Caselgrandi |
ARPA |
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| Luogo |
Anno |
| Bologna |
2001 |
La ricerca per un muovo modello di Agenzia costituisce indubbiamente
il centro di un riflessione che si fa via via sempre più incisiva
e centrale nella convinzione che questo sia il passo indispensabile
per la definizione di un efficace azione di protezione ambientale
. Ad oggi per il raggiungimento di questo obiettivo bisogna
affrontare il confronto fra realtà territoriali che,
come abbiamo potuto riscontrare nell'ambito delle molteplici
ricerche condotte in questi anni, sono caratterizzate da
un alto grado di diversità non solo nei propri assetti
strutturali, ma anche nei propri orientamenti strategici.
Il problema del paradigma da ricercare è dunque una questione che deve
essere affrontata su un doppio livello, coerente con le due diverse accezioni
del termine fra loro circolarmente collegate : da un lato è dunque necessario
riflettere sul Paradigma delle Agenzie inteso come modello di riferimento per
la definizione e la costruzione dell'architettura organizzativa del sistema regionale
e provinciale delle Agenzie, ma allo stesso tempo è necessario interrogarsi
sulla nuova definizione di Paradigma Ambientale inteso come insieme delle idee
su cosa sia, come debba essere studiato e analizzato il problema ambientale.
In base a questo secondo livello di indagine è bene chiedersi se ad oggi
esista effettivamente un pensiero condiviso e consolidato, a livello quantomeno
nazionale, su quali siano le dimensioni rilevanti e i fenomeni che a pieno titolo
rientrano nello studio e nelle attività per la tutela e la prevenzione
dell'ambiente e quelle che invece attengono a problematiche diverse, o ancora
su quale siano i parametri tecnici per l'individuazione di situazioni fisiologiche
o patologiche rispetto allo stato dell'ambiente. E questo non è certo
un problema che si interseca con le scelte di policy delle singole realtà regionali,
autonome nella scelta di orientamento su funzioni di tutela piuttosto che di
vigilanza, o altro. Il quesito infatti resta sempre lo stesso: tutela e vigilanza
rispetto a cosa? In altri termini possiamo ad esempio dire che ancora non è chiaro
con quale orizzonte temporale lavorano le strutture di protezione ambientale
(per evitare danni e rischi nel breve, nel medio o nel lungo periodo?) e a partire
da ciò diverse sono le opinioni sul livello di priorità da assegnare
al presidio delle diverse "aree tematiche", così come difficile è capire
se si sta lavorando secondo criteri di "emergenza" o di "importanza"
Se dunque vogliamo ragionare sul "CHI fa cosa e come" all'interno del
sistema delle ARPA difficile è intendersi sul "come" se non
c'è chiarezza sul "cosa". E necessario tenere in considerazione
che ogni realtà territoriale individua aree tematiche che non trovano
corrispondenza in tutto il sistema delle agenzie. Un esempio per tutti, certo
il più macroscopico: monitorare e controllare gli impianti elettrici,
meccanici, di sollevamento, a pressione, o comunque venga definita l'area genericamente
definita "Impiantistica", è una funzione rilevante per la tutela
ambientale oppure no? Noi non diciamo né di sì, ne di no. Diciamo
solo che in caso di risposta affermativa alcune Agenzie Regionali non presidiano
una parte rilevante del "problema ambientale", in caso contrario altre
Agenzie disperdono le proprie risorse nello svolgimento di funzioni improprie,
con conseguente svilimento della propria "mission" considerando che
in alcune casi parliamo di una funzione che impegna percentuali consistenti delle
risorse umane disponibili.
Nell'affermare ciò non vogliamo però sostenere che tutte le agenzie
devono fare esattamente le stesse cose, nello stesso modo. Siamo infatti consapevoli
del valore aggiunto prodotto dai sistemi a legame debole, quale si configura
il sistema agenziale, rispetto alle capacità di adattamento localistico,
di presidio dei problemi contingenti, di sviluppo di know how innovativo. Siamo
però allo stesso modo consapevoli che sono sistemi che necessitano di
una integrazione " a priori", di tipo culturale e professionale, basate
su una chiarificazione e negoziazione non solo della mission per come risulta
dalla teoria dichiarata, ma anche su una condivisione di come essa poi si traduce
in modelli culturali e professionali di interpretazione della realtà e
degli eventi.
E' così evidente che la difficoltà nel costruire il paradigma delle
agenzie dipende dalla difficoltà di definire e chiarire il paradigma ambientale,
ma allo stesso tempo la definizione del paradigma ambientale è vincolata
da percezioni sviluppate da tutti gli interlocutori all'interno del proprio contesto
e della propria attività quotidiana. E' dunque questa una sfida sicuramente
ardua sul piano culturale, prima ancora che sul piano dei "contenuti tecnici" che
pure sono tanto cari ad organizzazioni così "professional intensive".
Allo stesso tempo è una sfida che non potrà che tramutarsi in un
percorso continuo di confronto fra tutti gli operatori: il problema ambientale
evolve e si modifica continuamente in corrispondenza del mutare delle percezioni
della società civile e del sistema della rappresentanza. In questa situazione
non possiamo dunque che definire un primo step rispetto al paradigma delle Agenzie: è necessario
che le Agenzie diventino strutture capaci di apprendere e di confrontarsi, in
grado di reggere la percezione di un maggiore difficoltà e di un maggior
rischio proprio, a fronte di una massificazione dei risultati di sistema. Il
passaggio da comportamenti basati su logiche individuali a logiche di sistema
non è mai indolore, costa sicuramente la perdita di certezze e la percezione
di un minor controllo sulla propria realtà di riferimento; ma prefigura
risultati decisamente superiori. Si tratta in realtà non di costi ma di
investimenti, e tutti oggi sono un po' più esperti di ieri nei giochi
in borsa.
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