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Titolo
Le organizzazioni "condominiali"
Anno
12/2001

Esistono organizzazioni complesse, quali i tribunali, le università, gli ospedali, le agenzie per l’ambiente, che sembrano sfuggire ai paradigmi classici delle discipline manageriali che si ispirano tanto all’impresa privata che alla più classica amministrazione pubblica. Le chiamiamo condominiali perché più che organizzazioni integrate appaiono come spazi fisici all’interno dei quali singoli o gruppi di professionisti svolgono la loro attività secondo schemi che si richiamano in maniera più o meno diretta alle tradizionali professioni liberali. Anche la classica sociologia delle professioni così come tutta la letteratura sulle burocrazie professionali non sembrano in grado di cogliere il senso delle trasformazioni alle quali le organizzazioni condominiali sono chiamate da una serie di sfide che provengono dal mondo esterno. La prima e più generale sfida è quella dell’efficienza e del governo dei costi degli interi sistemi organizzativi. Per moltissimi anni si è pensato che istruzione, giustizia, salute fossero valori così universali da non poter essere condizionati da limiti di tipo economico. I bilanci pubblici di tutte le democrazie moderne, viceversa, impongono regole di compatibilità e, soprattutto, di corretto utilizzo della spesa pubblica.
La seconda sfida è quella della crescente responsabilità (sociale ma anche puntuale) dell’organizzazione nel suo insieme e non del singolo professionista che opera al suo interno. Sul mercato privato il cittadino si è abituato alla responsabilità del marchio, più che del singolo venditore con cui è entrato in contatto e sempre più si aspetta risposte dall’organizzazione nel suo insieme. La terza sfida è quella delle nuove tecnologie che esprimono il massimo delle loro potenzialità nelle dimensioni delle connessioni di reti integrate che, molto spesso, si scontrano con le caratteristiche di sistemi a legame debole che le organizzazioni condominiali tendono ad assumere nei loro comportamenti quando non nelle loro caratteristiche strutturali. L’insieme di queste sfide pone due problemi principali. Il primo è quello degli assetti organizzativi in termini di criteri di differenziazione ed integrazione e del relativo disegno dell’architettura istituzionale. Il secondo, molto più complesso, è quello della gestione e del tipo di figure manageriali che siano in grado di garantire una corretta gestione senza limitare ma anzi esaltando le potenzialità dei (singoli) professionisti. Le ricerche che abbiamo in corso sulle università, sui tribunali, sulle agenzie per l’ambiente ci dicono che le soluzioni manageriali di tipo aziendale consentono sì di recuperare alcuni ritardi, soprattutto di tipo culturale, ma non sono in grado di risolvere i nodi di fondo di organizzazioni che sono al contempo pubbliche e con elevatissima presenza di professionisti. Lo stesso dicasi per i percorsi previsti per modernizzare l’amministrazione pubblica (le Bassanini in generale o tutta la letteratura sul new public management) che faticano a confrontarsi con il principio della responsabilità individuale del singolo che, alla fine, è la caratteristica fondamentale delle professioni ad alto contenuto di conoscenza. Le esperienze che stiamo conducendo ci dicono che al mix di consapevolezze che ricaviamo dalla letteratura e dall’analisi di singole organizzazioni complesse è ancora necessario un grande sforzo di analisi empirica sui diversi contesti di organizzazioni condominiali e, soprattutto, un approccio di tipo sperimentale che anteponga una chiara diagnosi dei problemi alla sperimentazione di singole soluzioni più o meno "importate".

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