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| Titolo |
| Lavoro atipico: nuovo diktat del mercato
del lavoro? |
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| Anno |
| 03/2002 |
Il termine “lavoro atipico” fa ormai parte dell’uso
comune a conferma di quanto il fenomeno della sua diffusione
sia da considerarsi sempre più strutturale e sempre
meno congiunturale nel mercato del lavoro del nostro paese.
Questa forma di lavoro continua a crescere, ad incrementarsi,
seppur la sua unica specificità risieda non in un “essere” bensì in
un “non essere”: lavoro atipico è tutto
quanto non sia ricompreso nelle attività lavorative
a tempo pieno e indeterminato.
Non a caso esiste una forte ambiguità sulla composizione
dell'intera compagine dei lavoratori atipici la quale, comunemente,
viene ridotta alla schiera dei collaboratori coordinati continuativi
ma che per molti raggruppa anche i lavoratori interinali
ed i professionisti con Partita IVA.
Infatti esiste, innanzitutto, un problema di definizione
che poi si traduce in un problema di “identità” per
tutti quei lavoratori che non sono accomunati dal contenuto
della loro attività lavorativa ma dalla forma contrattuale
che la regolamenta.
Sebbene sia evidente che un ruolo trainante nella crescita
dell’occupazione sia stato svolto negli ultimi anni
proprio dal lavoro atipico, sembra opportuno sottolineare
l’eventualità che si stia delineando la nascita
di un doppio mercato, un mercato parallelo, alternativo a
quello che siamo abituati a considerare, dove lavoro standard
e lavoro flessibile si incontrano a fatica e dove si sta
accentuando la polarizzazione tra i lavori di “standard” e
quelli “di serie B”.
Comincia a trattarsi, quindi, non più o non solo di
modificazioni del nostro mercato del lavoro in termini di
profili e forme contrattuali ma della nascita di un vero
e proprio alter, di uno scenario nuovo e antagonistico che
come tale va considerato e gestito.
Eppure, nonostante la sua diffusione ed il suo chiaro e notevole
impatto rimangono evidenti per gli studiosi del caso o per
quanti si interessano al tema le difficoltà di reperimento
di dati (spesso obsoleti e non comparabili) dalle varie fonti
autorizzate (ISTAT, INPS, Ministero delle Finanze, Ministero
del Lavo, etc) per cui anche una mera quantificazione del
fenomeno risulta un’operazione di analisi complessa.
Secondo un recente rapporto di ricerca sul tema del lavoro
atipico condotto dall’IRES risulta che a gennaio 2001
il 9% degli occupati del nostro paese (pari a 1.898.723 unità)
sono collaboratori iscritti al fondo Inps della gestione
separata. Ben 220.00 sono invece i lavoratori interinali
riscontrati nello stesso periodo, tra l’altro in continua
espansione come risulta dal tasso annuo di crescita delle
agenzie di lavoro interinale in Italia che è compreso
tra il 35% ed il 43% contro un 9% di media europea. Infine
il “popolo della partita IVA” conta 5.084.529
persone fisiche altamente disomogenee e differenziate tra
loro.
L’incidenza non è certo bassa e la questione è tanto
più cruciale quanto più si considerano gli
scenari economici e di evoluzione delle politiche pubbliche
in atto nel nostro paese.
Basti guardare, ad esempio, al processo di trasformazione
del nostro sistema di welfare per cui tematiche legate a
previdenza, sanità, assistenza, andrebbero calate
direttamente su queste nuove forme di lavoro al fine di congegnare
soluzioni cautelative specifiche per questi lavoratori che
non possono avvalersi delle coperture dei lavoratori “tipici” e
che necessiterebbero di offerte ad hoc.
Per questi lavoratori non esiste una cesura netta tra vita
personale e vita lavorativa poiché tutto quanto attiene
alle condizioni di lavoro in termini di incertezza e conseguente
impossibilità di programmare si riflette sulla sfera
del proprio vissuto personale. Lo stesso accesso al credito,
allora, è un altro nodo cruciale per la sua capacità di
incidere in maniera diretta sulla vita personale del lavoratore
atipico.
Sulla base di tali premesse, allora, probabilmente è lecito
ritenere che in prima istanza nessuno sceglie di fare l’atipico;
in un secondo tempo, però, è possibile distinguere
coloro che accettano la condizione di atipicità, privilegiando
il contenuto dell'attività lavorativa che svolgono
piuttosto che la forma contrattuale che la legittima, da
coloro che lavorano ai margini del mercato e non hanno altra
possibilità di scelta. E' plausibile ritenere che
i primi siano anche quelli con professionalità e redditi
più elevati, ma pare che rappresentino la minor parte
di un fenomeno sempre più in espansione e pertanto
in grado di calamitare l'attenta riflessione di chi, da più versanti
e per i più disparati motivi, se ne occuperà.
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